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Il Passo

ULTIMA ORA

IL PASSERO SOLITARIO


(22/01/2024)

É una simpatica monografia che racconta delle gesta del “merlo blu”, il delizioso passeriforme celebrato da Giacomo Leopardi e di come, attraverso l’ornitologia, si possa parlare del mondo, dell’amore, della bellezza, della vita. Nei capitoli sono presenti esperienze vissute dall’autore in contatto con il bellissimo turdide dove vengono analizzate, ma soprattutto raccontate le sue abitudini di vita. Durante la lettura emerge quella sensazione d’immersione nel mondo naturalistico in cui la presenza del passeriforme si armonizza con l’ambiente circostante e i suoi abitanti, amici conviventi del sito frequentato ma anche soggetti pericolosi per l’incolumità della sua vita. Se facile è la sua individuazione mentre canta da ruderi in posizioni elevate per dimostrare la sua forza unita all’armoniosità canora, altrettanto difficile è la scoperta delle sue abitudini più nascoste che solo un ornitologo attento ed appassionato riesce a fare. In questo piccolo libro troviamo una grande e affascinate scoperta raccontata; quella della vita del “merlo blu” composta dal periodo di cova, dalla ricerca delle prede, dall’alimentazione dei piccoli, dai canti, dalla sudditanza del maschio rispetto alla femmina e persino dalle nidificazioni precoci e dai problemi ad esse legati. Il Passero solitario di Angelo Meschini (LIPU Birdlife Italia – pagg. 80 –a.meschini@gmail.com) W.S.


TOSCANA:
COORDINAMENTO PER LA GESTIONE DEL COLOMBACCIO

(22/01/2024)

La caccia al Colombaccio è sicuramente una delle tradizioni più radicate in Toscana e nelle regioni centrali d’Italia. Nell’ottica di un prelievo sostenibile si è svolto il 12 gennaio un qualificato incontro tra numerosi appassionati, dirigenti e tecnici, per dare vita a un coordinamento inter-associativo tra ANUU e Federcaccia, finalizzato allo studio e alla ricerca scientifica, rivolta a una corretta gestione della specie colombaccio. Il nuovo coordinamento nasce all’interno di un recente protocollo d’intesa sottoscritto in sede nazionale dalle due associazioni e già attivo anche nella realtà toscana, con altre iniziative di comune interesse. L'obiettivo dichiarato è quello di svolgere un ruolo attivo, come già avviene per altre specie cacciabili, incentrato sulle attività di ricerca applicate alla gestione faunistica dell’avifauna migratoria anche per la difesa dei calendari venatori. L’apertura dell’incontro ha visto gli interventi di Innocenti per l’ANUU e di Salvadori per Federcaccia, che hanno entrambi sottolineato la rilevanza della ricerca scientifica per dimostrare come il prelievo venatorio sia importante per la tutela e la corretta gestione di questo selvatico. Il nuovo Coordinamento nasce come una realtà destinata ad allargare la propria operatività anche in altri territori regionali sotto la guida e il supporto tecnico scientifico dei tecnici delle Associazioni venatorie. Michele Sorrenti, coordinatore tecnico scientifico dell’ufficio avifauna migratoria Federcaccia, ha chiarito e delineato le priorità sul lavoro da svolgere nei prossimi mesi, contando in primis sulla collaborazione ed il coinvolgimento di appassionati rilevatori, per le attività di monitoraggio e raccolta dati da estendere possibilmente anche alla specie tortora selvatica. Tra i vari interventi da sottolineare quello del presidente ANUU Toscana, Franco Bindi e il delegato nazionale Giorgio Paffetti, che hanno evidenziato come il prelievo venatorio sia poco incidente sulla popolazione degli uccelli selvatici e invece come sia fondamentale la gestione venatoria per la salvaguardia degli habitat e della biodiversità. Le associazioni venatorie hanno, oggi come ieri, il dovere di rappresentare, in un quadro di difesa dell’interesse generale, la passione venatoria collegata alla conoscenza e alla ricerca scientifica applicata alla gestione faunistica. Occuparsi oggi di una specie che gode di buona salute come il colombaccio, significa porsi l’obiettivo di esercitare un prelievo venatorio sostenibile anche per la conservazione e il mantenimento nel tempo di una delle più affascinanti forme di caccia. Il nuovo coordinamento nasce dunque in modo “aperto” a ogni contributo, determinato a dare un apporto serio e non fazioso, per aumentare la conoscenza sulla specie. Uno scopo da raggiungere attraverso attività di monitoraggio sia delle popolazioni nidificanti, che del contingente migratorio anche con l’ausilio di tecniche innovative quali la telemetria satellitare. Progetti, studi e ricerche che saranno svolti anche grazie alla raccolta di fondi destinati e ottenuti da eventi, manifestazioni culturali, convegnistiche e fieristiche rivolte alla promozione della caccia conservativa del colombaccio. A maggior ragione, con riferimenti incontrovertibili, il mondo della caccia deve impegnarsi per far comprendere all'opinione pubblica quali siano le cause di eventuali problematiche e come l’intervento dei cacciatori sul territorio sia una delle poche attività che salvaguardano la biodiversità recando beneficio a tutte le specie, siano esse cacciabili oppure no.

COLOMBACCIO, PETTIROSSO E LUCHERINO REPLICANO L’OTTIMA PRESENZA DELLO SCORSO ANNO

(30/10/2023)

Come ogni anno, ci dedichiamo all’analisi della migrazione che porta i nostri amici alati a migrare verso sud alla ricerca di un territorio più adatto per passare la brutta stagione. É così che, attraverso l‘osservazione sul campo, si può fare una considerazione sulla presenza delle specie alate. La nostra penisola si presta bene all’ospitalità delle specie alate anche se le condizioni meteorologiche possono influenzare negativamente o positivamente la loro presenza. Secondo gli ornitologi sembra che le specie locali abbiano subito un calo numerico a causa dal fatto che tre anni fa una primavera molto fredda ha comportato la perdita della prima covata, l’anno scorso invece una estate caldissima e secca ha fatto diminuire drasticamente il numero di larve e bruchi degli insetti con conseguente riduzione del successo riproduttivo e non da ultimo, quest’anno, una serie di fortissime grandinate potrebbe aver compromesso l’esistenza di alcuni individui. Agosto è stato caratterizzato da un’ampia ondulazione delle temperature, che sono passate da una fase sotto media per poi passare dalla seconda e terza decade a un’intensa ondata di calore, terminata con l’arrivo di un fronte di aria polare marittima che ha poi generato forti temporali con intense precipitazioni particolarmente abbondanti al nord e in Toscana. Il passo, si sa, inizia con le prime partenze delle specie nidificanti sul territorio come i Rondoni che segnano, dopo i primi temporali agostani, la fine della loro stagione riproduttiva. In questo contesto estivo, come avviene di consueto, vi si aggiungono le partenze delle prime specie transahariane come la Balia nera che già dalla prima decade del mese estivo appare dal nord Europa accompagnata, tanto per citarne alcuni, dai vari Luì, dal Beccafico, dal Codirosso, dalla Bigiarella. Va sottolineato che la migrazione di molte specie transahariane, fatta eccezione per Culbianco e Stiaccino, da agosto a settembre è andata bene.  Quest’anno la Balia nera è stata presente in ottimo numero in particolare dalla seconda decade di agosto sino la terza di settembre. Interessante anche la presenza del Prispolone apparso dai primi del mese di agosto con punte di presenza nelle date appartenenti alla seconda e terza decade di settembre, soprattutto dal 12 al 20. Si è inoltre notata una sua inusuale presenza al nord anche nell’ultima decade del mese di ottobre. Sottotono il Codirosso e il Pigliamosche, quest’ultimo da tempo è scarso sul territorio. Stessa cosa succede per il Balestruccio che, da tempo, appare poco numeroso come nidificante e lo si osserva numericamente abbondante, localmente e solo durante la migrazione quando gruppi numerosi si radunano alla ricerca di cibo. Ad agosto si muovono anche i primi limicoli e nei territori a loro congeniali si possono osservare i vari Piro piro, Pantane e Piovanelli. Il mese di settembre è stato caldo, con temperature superiori ai valori degli ultimi decenni mentre, a livello pluviometrico, è stato in linea con la media. Sebbene il mese trapassi nell’autunno, le temperature sono state al di sopra della norma sino alla terza decade di ottobre. Questa situazione ha rallentato la migrazione. E mentre i primi Tordi arrivavano dalla Svizzera francese nella penisola Iberica attraverso i valichi dei Pirenei, al nord della nostra penisola si avevano notizie dei primi movimenti del turdide in alta montagna sino alla prima apparizione di contingenti probabilmente appartenenti a soggetti nati nelle zone limitrofe in movimento già nella prima decade del mese.  Nelle decadi successive, si aggiungeranno i soggetti che daranno atto alla prima furia avvenuta tra le date del 27 e 28 settembre. A fine di questo mese, si muovono i primi Lucherini in modo più o meno numeroso e con loro i numerosi Colombacci e Fringuelli. Nelle campagne verso la fine del mese appaiono le prime Pispole. Nelle zone umide si osservano alcuni anatidi come Alzavola e Moriglione unitamente ai primi Beccaccini, mentre i limicoli aumentano la loro presenza. Sempre in settembre, al centro del Belpaese viene segnalato un buon numero di Tortore selvatiche. Siamo così ad ottobre e qui va detto come le temperature sopra la norma abbiano influenzato in modo alquanto inusuale un mese che solitamente siamo abituati a vedere come l’inizio dell’autunno vero e proprio con tutte le sue sfaccettature. Si è quindi entrati, anche se in modo non del tutto continuativo, nel vivo della migrazione. Aumentano i Pettirossi e i Colombacci si osservano da nord a sud in modo consistente: questi ultimi hanno mostrato giornate di movimento migratorio intensissimo, con passaggio di contingenti veramente considerevoli, anche se spesso a notevole altezza, sia sul versante adriatico che su quello tirrenico. Quest’anno è stato interessante notare il buon numero di Luì piccolo osservati che accompagnano il passo dei bottacci che, nelle giornate che vanno dal 9 al 12 ottobre, con particolare attenzione a quest’ultima data, sono stati osservati in modo importante in varie parti d’Italia dando origine alla seconda furia del passo. Al nord proprio in questi giorni sono stati avvistati i primi Tordi sasselli. Gli stessi avevano già fatto registrare un buon movimento nell’Europa centrale e in Slovenia nella terza decade di settembre. Tornando a ottobre, i sasselli sono stati osservati anche in centro Italia. A loro, al nord e in media collina, oltre che in Appennino settentrionale, si aggiungono le prime Cesene avvistate alla fine della seconda decade. E mentre Lucherini e Fringuelli si fanno più numerosi, in questo autunno 2023 arrivano le prime Peppole che lo scorso anno erano state assenti. A proposito di assenze o comunque di numeri poco incisivi, quest’autunno va sottolineata la scarsa presenza dello Spioncello in campagna e del Frosone, quest’ultimo ormai da alcuni anni poco presente alle nostre latitudini. Per quanto riguarda il Merlo, se ne sottolinea una presenza scarsa e molto localizzata. Idem si può dire della Tordela e della Capinera, osservate con numeri sotto la media. Sempre in buon numero, invece, lo Storno. Nella seconda decade appaiono le prime Passere scopaiole, mentre nella terza decade, in alcune zone, si osservano Cince more e Fanelli. Sulla Beccaccia si può aggiungere solamente che giunti alla fine del mese non sono ancora pervenute tante osservazioni. Le prime Beccacce di passo al nord in alta collina vengono segnalate nella prima decade di ottobre, mentre nelle zone appenniniche settentrionali e centrali dopo il 25.  Anche per l’Allodola non sembra un autunno degno di nota e non vi sono da evidenziare date particolarmente importanti di sua presenza. Il mese di ottobre si conclude con l’arrivo di una forte perturbazione che avrà il suo culmine al nord e centro Italia, soprattutto lato tirrenico, in avvio giorni di novembre, causando una grave inondazione in Toscana e forti mareggiate sulle coste del mar Ligure e alto Adriatico con ingenti danni. Tale situazione potrebbe essere un negativo preludio per il proseguimento della migrazione. Interessante rilevare come i forti venti di scirocco, quasi costantemente presenti nelle regioni meridionali per buona parte del mese di ottobre, non sembrino aver influenzato negativamente il passaggio di migratori comuni come il Tordo bottaccio, che si è mostrato abbondante in particolare nelle regioni del versante ionico e adriatico. Concludendo, è ovvio ricordare che l’analisi della migrazione qui rappresentata a livello medio nazionale apparirebbe strana a coloro che nelle zone meno vocate al fenomeno hanno visto poco, se non addirittura nulla, ma le osservazioni e i dati raccolti segnano fortunatamente ancora un buon passaggio dell’avifauna sul territorio. È il comportamento curioso dei nostri amici alati che interessa gli studiosi e tutti gli appassionati perché, come si sta osservando soprattutto in questi ultimi anni, i fenomeni legati alla meteorologa stanno cambiando le abitudini migratorie. “Stare sul campo” è molto importante per analizzare questo fenomeno sempre difficile da capire e conoscere a fondo. (Walter Sassi)

I VOLATILI PREVEDONO IL METEO


(26/10/2023)

Secondo uno studio dell'Advanced Facility for Avian Research della Western University gli uccelli riescono ad elaborare delle precise previsioni meteorologiche attraverso la percezione della pressione barometrica. L'utilizzo di un tunnel ipobarico da vento climatico ha permesso ai ricercatori di studiare la fisiologia e l'aerodinamica del volo in condizioni di alta quota e di dimostrare questa loro capacità. Durante la fase dell'esperimento gli uccelli hanno dimostrato di possedere un barometro interno che in natura li aiuta a prendere decisioni su qualsiasi attività svolta durante la loro vita, dal volo all’alimentazione.  

RIFLESSIONI ORNITOLOGICHE ESTIVE


(27/07/2023)

L’epoca estiva, nella quale certamente si lavora, ma per qualche settimana a ritmi meno forsennati e con discrete pause, favorisce le riflessioni. O meglio, ci consente di mettere nero su bianco le riflessioni che alimentiamo da tempo. Una di esse, potrebbe essere sintetizzata in una frase del tipo “dov'è finito lo svernamento”? Ci riferiamo ovviamente allo svernamento degli uccelli e, specificamente, dei migratori. Tutti abbiamo sempre saputo e studiato e osservato e letto, che il ciclo vitale annuale delle specie di avifauna migratrice è suddiviso nelle seguenti fasi: migrazione pre-nuziale, riproduzione, migrazione post-nuziale e svernamento. L’obiettivo, in relazione allo svolgimento dell’attività venatoria, è sempre stato quello di evitare il più possibile concomitanze e sovrapposizioni, ad esempio, con l’epoca riproduttiva, anche perché, pure ante direttiva Uccelli e norme comunitarie – cioè ben prima che venisse fondata la CEE e, molto dopo, l’UE – era interesse degli stessi praticanti la caccia, che la selvaggina venisse lasciata tranquilla a riprodursi, anche solo per mero interesse, ovvero affinché si potesse beneficiare di un patrimonio faunistico più importante. C’era invece, è indubbio, assai minore attenzione per l’arco di tempo precedente la riproduzione, quello cioè della migrazione primaverile, che i cacciatori in gergo definiscono “ripasso”. Non per niente, numerose specie migratrici acquatiche, si cacciavano fino alla metà, se non alla fine, di aprile. Col trascorrere dei decenni, il sopraggiungere e perfezionarsi della normativa comunitaria e unionale per la tutela della biodiversità in generale, ha stretto sempre più il laccio attorno a molte attività, compresa quella venatoria, limitandone innanzitutto i periodi di lecito svolgimento. Siccome però le norme comunitarie-unionali dettano principi e criteri, non potendo contenere date esatte uguali per tutti gli Stati membri, ne sono scaturiti ampi contenziosi per una loro corretta interpretazione, con ragguardevole produzione giurisprudenziale della Corte di giustizia europea che si è depositata già a partire da fine anni ’80 dello scorso secolo. Va da sé che il diritto produca a volte dei veri “mostri giuridici” che non hanno alcun riscontro nella realtà quotidiana, in quanto affermazioni di principi giuridici astratti: purtroppo però tali mostri, una volta sulla carta, creano difficoltà insormontabili, che richiedono sforzi sovrumani in sede tecnica per cercare di rendere compatibili con essi le attività nella natura, caccia in primis. È da un caso del genere, con l’invenzione dell’insensato principio della “protezione completa”, che nel 1994 la Corte di giustizia inguaiò tutto il resto del mondo su avvio e chiusura della stagione venatoria nei Paesi UE. Ne scaturirono dibattiti, polemiche, scontri tra categorie di stakeholders sulle opposte barricate, finché non si giunse alla redazione, lunga e laboriosa, della notissima Guida interpretativa sull’applicazione della Direttiva 79/409/CEE (oggi 2009/147/CE), formalmente adottata dalla Commissione UE. È un documento di assoluta rilevanza tecnico-giuridica, che letteralmente guida i singoli Paesi nella definizione dei periodi di attività venatoria in armonia con le esigenze dell’avifauna: in parole povere, rendendo la caccia compatibile con la conservazione della risorsa faunistica o, come va di moda dire oggi, “sostenibile”. Di pari passo, vanno considerati i lavori del gruppo tecnico che oggi si chiama NADEG (Gruppo di esperti sugli uccelli e sulle direttive Natura) e che ha assorbito le funzioni di quello che in precedenza era il Comitato Ornis. Il NADEG è costituito da esperti in rappresentanza dei singoli Stati UE che, tra i suoi compiti, ha anche  il periodico esame di dati per l’eventuale aggiornamento delle famose decadi di riproduzione e di migrazione pre-nuziale delle specie di avifauna oggetto di caccia nell’Unione, illustrate e argomentate nell’altrettanto celeberrimo documento “Key Concepts of Article…” ecc. ecc. che tutti, per le vie brevi, denominiamo KC. E qui torniamo alla nostra domanda originaria: dov'è finito lo svernamento? Semplice… è (quasi) scomparso. Soprattutto per alcuni Paesi (tra cui, guarda caso, l’Italia) e soprattutto per specie di elevato interesse venatorio (guarda ancora caso). Qualche esempio? Germano reale, Alzavola, Beccaccia, Tordo bottaccio, Tordo sassello, Cesena …. Il periodo riproduttivo termina magari a fine luglio o fine agosto, tra settembre e novembre (anche oltre) c’è la migrazione autunnale e alla prima/seconda decade di gennaio comincerebbe il ripasso. Pertanto, quando o quanto svernano queste specie? Venti giorni a cavallo fra dicembre e gennaio? Da qui, alla sparizione completa di tale periodo cruciale, il passo è brevissimo. Viene allora da domandarci se, scientificamente, tutto ciò sia corretto, nonché serio. Non è questione di voler cacciare di più, da una parte e, dall’altra, di voler fare cacciare di meno. Il quesito che ci poniamo è di deontologia professionale: ci si rende conto che siamo ormai alla negazione dello svernamento quale fase biologica essenziale del ciclo vitale dei migratori? Gli uccelli passerebbero dalla migrazione post-nuziale direttamente a quella pre-nuziale, dopo sì e no una ventina di giorni di frettoloso relax per superare l’inverno. È pur vero che, per il senso comune, “non ci sono più gli inverni di una volta”, ma la scienza ornitologica è tutt’altra cosa e non si alimenta di chiacchiere da bar o da mercato. Sappiamo già che ci risponderebbero che la “colpa” è della sentenza della Corte che abbiamo citato, per la quale protezione completa significa proteggere anche i primi due soggetti in movimento pre-nuziale: poi, non conta che la migrazione massiva della stragrande quantità di uccelli, cominci magari a febbraio o anche più tardi. Il diktat dei legulei di Bruxelles va rispettato. E questi sono i motivi per cui la stagione venatoria va riducendosi progressivamente (nonostante le date di legge siano inalterate dal 1992): per proteggere i due esemplari precoci (ammesso che siano già in ripasso), si chiude tutto in pieno inverno. Perché l’inverno a nostro parere continua a esistere, eccome. Resta solo la legittima domanda: si può, in nome di un principio giuridico inventato, cambiare la biologia delle specie selvatiche? Piegare la scienza alle aule di tribunale? Noi di dubbi ne abbiamo tanti, altri evidentemente non ne hanno. La scienza ornitologica meriterebbe molto più rispetto e molta maggior onestà intellettuale, anche e soprattutto da chi ne ha fatto il proprio mestiere. (Palumbus)

UNA RISALITA “DILUITA”

(27/03/2023)

Iniziamo il report sulla migrazione primaverile ricordando un “inverno non inverno” col protrarsi del fenomeno siccitoso per un lungo periodo, quasi ininterrotto sino alla fine di marzo, causando un deficit di precipitazioni, rispetto all’ultimo decennio, di 150 millimetri aggiunto poi ai circa 600 mm di deficit accumulato lo scorso anno. Il fatto la dice lunga perché da anni non si registrava un tale avvenimento. Di seguito, nel mese di aprile, il mutamento di scenario delle condizioni meteo, sebbene fortemente desiderato, è accaduto in peggio, tanto da far rallentare la migrazione dei nostri amici alati verso i lidi di nidificazione con temperature sotto la media del periodo e nevicate tardive a quote elevate. Maggio non è stato da meno a causa di un maltempo degno di nota soprattutto al centro-nord della penisola con forti o addirittura fortissime precipitazioni che hanno causato frane ed esondazioni dei corsi d’acqua, originando vere alluvioni, come avvenuto in Emilia Romagna. In questo contesto meteorologico, dalla siccità estrema alle piogge distruttive, la migrazione ha avuto un andamento diluito e la nidificazione è stata messa in difficoltà, augurandoci che non sia stata danneggiata dalla meteorologia che fa registrare ancora in giugno abbondanti precipitazioni. Per quanto, infine, attiene ad alcune specie i cui spostamenti devono considerarsi più positivi di quelli di altre (sempre nella normale annuale alternanza delle stesse nel loro eterno viaggio da nord a sud e viceversa), vi è da ricordare l’interessante risalita, nel periodo analizzato, dei limicoli come i vari Piro piro e Piovanelli, delle anatre come la Marzaiola, l’Alzavola e il Mestolone, del Tordo, della Cutrettola, dello Stiaccino, del Culbianco e, in tono minore, del Prispolone, della Balia nera e di altri piccoli migratori transahariani. È stato veramente un periodo molto strano e così, se da un lato le fioriture hanno leggermente anticipato la stagione di alcuni giorni (soprattutto per quanto riguarda gli alberi da frutto), dall’altro le tanto desiderate precipitazioni avvenute sin da aprile e successive settimane sono cadute con violenza su gran parte della penisola facendo recuperare agli invasi un buon quantitativo di acqua che, sebbene non ancora ai normali livelli, sarà comunque molto utile per affrontare le prossime stagioni estiva e autunnale in arrivo. (Walter Sassi)         

ANCORA UN INVERNO SOTTOTONO:
SASSELLI ASSENTI, PIANURA SNOBBATA DALLE CESENE

(27/03/2023)

Dopo il periodo della migrazione, le specie migratrici a corto raggio tendono a soffermarsi nei territori per passare la brutta stagione in cerca di riparo e nutrimento. Così avviene da sempre anche nel nostro paese, dove siamo abituati ad osservarle in modo più o meno consistente. Dicembre e gennaio sono considerati a livello ornitologico il periodo di svernamento e dopo un 2022 che si è confermato il più caldo mai registrato in Italia con anomalie più evidenti nel nord-ovest, l’ultimo mese dell’anno non è stato da meno e i dati raccolti hanno evidenziato le varie anomalie riscontrate soprattutto al sud che, secondo gli esperti, sono preoccupanti. Infatti al nord alcune precipitazioni nevose, la copertura nuvolosa, l’aria fredda proveniente dal nord Europa a inizio mese hanno mantenuto comunque le temperature più basse, mentre al sud il sole è stato il vero protagonista. Così il mese di dicembre 2022 si classifica tra i più caldi di sempre sul territorio italiano. Con la speranza di rientrare nella normalità, gennaio 2023 si apre con un tempo mite e piovoso, poi più freddo nell’ultima parte del mese. Dal punto di vista delle precipitazioni, è stato un mese piuttosto piovoso soprattutto dalla seconda decade in particolare al sud, sui settori adriatici e in Sardegna, mentre al nord-ovest, in particolare in Piemonte, sull’arco alpino e sul settore ionico della Sicilia, si è imposto un deficit pluviometrico. In tema ornitologico, se la precedente stagione invernale 21-22 è stata carente del numero di individui per ogni specie che svernano sulla nostra penisola, quella appena conclusa per molte ha dimostrato un peggioramento della situazione. Nei grandi turdidi la Cesena, che si era notata all’inizio della migrazione autunnale in buon numero, si è fermata nei territori compresi tra l’alta collina e la montagna, snobbando così la pianura molto probabilmente per via delle temperature miti e della buona presenza di pastura che non ha invogliato la specie a grossi spostamenti verso zone più basse. Ciò ha giovato agli osservatori posti sui rilievi, che hanno goduto di alcune giornate con la presenza di piccoli contingenti, senza però numeri eclatanti. Contrariamente alla Cesena, il Tordo sassello unitamente al Frosone, come lo scorso anno, hanno replicato la loro scarsa presenza, cui però quest’anno si è aggiunta in modo evidente l’assenza della Peppola. Se i due fringillidi non sono stati visti in gran parte del paese il sassello ha fatto comparsa con piccoli gruppetti solo in sporadiche zone. Le uniche specie protagoniste sono state Colombaccio, Lucherino e Fringuello che si sono notate in modo uniforme e ottimale sul territorio. E che dire della regina dei boschi? Secondo le testimonianze, dopo un buon passo tra ottobre e novembre e qualche osservazione nella prima decade di dicembre, sembra che la carenza di precipitazioni in particolare al nord e un inverno mite non abbiano più favorito buoni incontri. Tra i passeriformi, va ricordato che sia le varie Cince, che Pettirosso e Passera scopaiola hanno mantenuto una buona presenza nei parchi e negli ambienti boschivi, mentre in campagna Pispola e Allodola con il Fanello sono comparsi in numero discreto. Molto localizzata la presenza di Storno, Merlo e Tordela. Per il secondo anno consecutivo gli Spioncelli non hanno entusiasmato. Inutile sottolineare l’onnipresenza dei corvidi in ogni ambiente. Tra gli acquatici, buona come sempre la presenza del Germano reale, della Gallinella d’acqua e degli ardeidi in generale, così come per l’Alzavola e, in modo più discreto, del Beccaccino. Purtroppo secondo analisi effettuate e studi in atto dagli esperti per ora va sottolineato come in un contesto meteorologico tendente all’innalzamento delle temperature medie non ci si possa aspettare altro che i migratori a corto raggio rimangano nei siti di nidificazione o svernino in territori molto adiacenti, arrivando così a trascurare i territori posti a latitudini più basse dove, da sempre, siamo abituati a osservarli. Solo il corso del tempo e l’evolversi delle stagioni daranno la risposta a questi mutamenti naturali ricchi di incognite. (Walter Sassi)

L’ALLODOLA, ULTIMA PROTAGONSTA DELLA CACCIA AL PRATO

(27/03/2023)


L’Allodola (Alauda arvensis), è un passeriforme migratore della Famiglia Alaudidi che visita copiosamente l’Italia nel corso della migrazione post-nuziale provenendo dai vastissimi quartieri riproduttivi posti nell’Est del continente. In verità, questo uccello non limita la sua presenza sui nostri territori al solo autunno-inverno, ma abbastanza comunemente si rinviene anche come nidificante, benché non ovunque e non con elevate concentrazioni di coppie. Anzi, purtroppo i dati raccolti su campo attestano una sua continua diminuzione a causa delle lavorazioni intensive delle campagne: un problema comune alla gran maggioranza delle specie nidificanti sui suoli agricoli, che rappresentano i loro habitat preferiti ma, al contempo, anche la loro condanna. Specie terricola, l’Allodola è infatti strettamente legata ai terreni coltivati di pianura e di bassa e media collina, prediligendo le colture erbacee e cerealicole. In autunno e inverno, le allodole si possono trovare nelle stoppie di mais, di riso se asciutte, nei terreni arati, nei coltivi di cereali autunno-vernini come frumento e orzo ove le piantine sono in emergenza, nei prati stabili, nei pascoli, nelle steppe e nelle lande: tutti o quasi, come si vede, ambienti creati e modellati dall’agricoltura. Questo, da indubbio punto di forza della specie, vista la diffusione dei terreni agricoli in Europa, con il passare dei decenni si è tramutato in un elemento di grande debolezza, poiché la rapida evoluzione delle tecniche agronomiche, la meccanizzazione sempre più esasperata e il diffuso impiego di sostanze di sintesi, impattano negativamente sulle popolazioni, in particolare nella stagione della riproduzione. Un destino analogo, come dicevamo, a quello di tutte le altre specie di avifauna che vivono nelle campagne coltivate e che presentano un regime alimentare prettamente insettivoro. L’equazione è elementare: calando le popolazioni di insetti, calano proporzionalmente anche quelle delle specie di avifauna che se ne alimentano. A ciò, si aggiungano le perdite di nidi provocate dai macchinari agricoli durante gli sfalci dell’erba o la trebbiatura dei raccolti. L’Allodola depone mediamente da tre a cinque uova di piccole dimensioni, di norma per due covate l’anno. I pulcini sono nidifughi, cioè acquistano rapidamente la capacità di abbandonare il nido, poiché il fatto di trovarsi al suolo li obbliga ad acquisire una precoce indipendenza, facendo poi del mimetismo, al pari degli adulti, la loro arma difensiva per eccellenza. Avvicinandosi le giornate di settembre, le allodole divengono irrequiete per l’istinto della migrazione post-nuziale, per poi, tra fine mese e ottobre, mettersi in viaggio prevalentemente in piccoli branchi, che lungo il volo sostano nei territori idonei distribuendosi un po’ dappertutto. Con l’avvicinarsi dell’inverno, i soggetti dispersi qua e là a gruppetti tendono a concentrarsi maggiormente nei siti più favorevoli per meglio superare i mesi rigidi e allora può capitare di imbattersi in branchi molto numerosi. Una tipica caratteristica di questo grazioso volatile, osservabile nelle giornate soleggiate di ottobre e novembre, è quella di librarsi in alto in modo da sembrare quasi immobile, come appeso a un filo, da dove emette un gorgheggio melodioso e continuo, un limpido trillare che si ode da distanze notevoli. È il medesimo atteggiamento che l’Allodola di passo assume sulla civetta da richiamo – una volta viva o impagliata, oggi meccanica – allorché, come si dice in gergo venatorio, fa “lo Spirito Santo” rimanendo sospesa ad ali aperte sopra l’oggetto della sua curiosità. Stessa reazione ha l’Allodola nei confronti dei famosi specchietti lucenti e girevoli, per i quali prova grande attrazione (non a caso esiste il notissimo detto popolare degli “specchietti per le allodole”). Questi trucchi per fare avvicinare le allodole a tiro di fucile, fanno comprendere come la caccia a questa specie sia sempre stata di notevole rilevanza e praticata da molti appassionati, da nord a sud dell’Italia, ma anche in altri paesi mediterranei. È sempre stata effettivamente una delle specie legate alla cosiddetta “caccia al prato”, cioè tipica delle distese aperte e prive di alberature e filari. Le norme attualmente vigenti, hanno molto ridotto o vietato l’uso di strumenti attrattivi (ad esempio, la civetta può essere esclusivamente meccanica, nei modelli in commercio con ali che ruotano attorno al proprio asse), tuttavia il complemento ancor oggi necessario e consentito per ogni cacciatore di allodole che si rispetti è una buona batteria di richiami vivi, che adempiono alla fondamentale funzione, attraverso il proprio canto, di convogliare verso il capanno (l’appostamento può essere fisso oppure temporaneo) gli uccelli in transito durante la migrazione. Naturalmente, con il trascorrere della stagione, le allodole ormai fermatesi per lo svernamento, esperte del territorio e delle sue insidie, credono molto meno agli allettamenti predisposti dall’uomo. Un altro strumento sicuramente utile, a patto di saperlo bene adoperare, è il richiamo a bocca in ottone, che funge da complemento o da sostituto dei richiami vivi, benché questi ultimi siano di per sé insuperabili. Vi sono cacciatori specializzati sulle allodole che sono autentici virtuosi nell’impiego di tale richiamo, esibendosi in entusiasmanti “dialoghi” con i volteggianti uccelli e riuscendo a condurli fino alla portata utile dal capanno. Certo, come accennavamo, le allodole vive da richiamo, posizionate nelle loro gabbie, sono ovviamente imbattibili. Vi è poi un altro metodo di caccia a questa specie, senza dubbio accessibile a chiunque poiché non richiede strumenti o attrezzature particolari bensì ottime gambe, che è quello della caccia alla borrita o al salto. Pratica venatoria vagante, la borrita consiste semplicemente nel percorrere con la dovuta accortezza e attenzione i terreni dove si presume sostino le allodole, reagendo con fulminee stoccate al momento del loro involo. I risultati possono essere interessanti soprattutto durante la migrazione, in quanto gli uccelli si lasciano maggiormente avvicinare, dando modo di sparare bene a tiro, per farsi man mano più avari con il procedere della stagione verso l’inverno, allorché le distanze di fuga diventano proibitive. Che si scelga l’appostamento, oppure la borrita, oggigiorno occorre rispettare le ulteriori restrizioni imposte dal Piano di gestione nazionale della specie vigente dal 2018, riportate nei calendari venatori regionali, riferite ad esempio alla durata della stagione venatoria (con inizio dall’1 ottobre e non più dalla terza domenica di settembre) o al limite massimo di carniere pro-capite, giornaliero di dieci e stagionale di cinquanta capi, ovunque sia conseguito sul territorio nazionale. Esisterebbe la possibilità di differenziare, innalzandoli, i limiti di carniere per i cacciatori definiti “specialisti”, ovvero che si dedichino esclusivamente a questa specie con richiami vivi, ma pare sussistano difficoltà di raccolta esaustiva dei dati che servirebbero alle Regioni per autorizzare tali limiti di carniere più elevati solo per questi cacciatori. Senza contare che gli interventi di miglioramento ambientale, ossia le misure gestionali prioritarie per l’Allodola come per qualunque altra specie selvatica (senza dubbio più importanti delle limitazioni alla caccia), molto difficilmente trovano applicazione per indifferenza, disinteresse o semplicemente per scarsità delle risorse economiche attivabili a tale scopo. Peccato però che siano una delle condizioni alle quali soltanto la caccia possa proseguire. È pertanto elevato il rischio che la gloriosa caccia a questa specie, carica di storia e di costume, a breve la si ritroverà solo nei libri e nei manuali venatori: l’avranno tutti ben compreso? (Palumbus)

UCCELLANDE DI UN TEMPO

(27/03/2023)

É solito, frequentando gli ambienti fieristici e ornitologici venatori, di incontrare gente attempata appartenente a diversi ceti sociali ma accomunata dalla stessa passione e fra questi di poter colloquiare delle loro vicissitudini legate a un mondo che non è più parte dei nostri tempi moderni. Si entra così in un universo ricco di storia passata composta da tradizioni e usanze che erano parte integrante della vita appassionata di coloro che tra i monti e le campagne, a modo loro ma con grande devozione e rispetto, studiavano il fenomeno naturale della migrazione appartenente alla vita degli esseri alati nostri amici da sempre. Ecco quindi che si scopre quanti personaggi hanno frequentato e/o condotto quei manufatti dalle caratteristiche naturalistiche che erano le uccellande rappresentate dai roccoli, le bresciane, i paretai e tutte quelle forme di aucupio permesse che erano presenti anni fa in modo più o meno numeroso sul territorio italiano. Molte di loro sono ancora esistenti e conservate, altre abbandonate, mentre molte altre vivono solo nei ricordi dei nostri anziani e di coloro che hanno avuto la fortuna di farsi tramandare aneddoti o storie della loro esistenza. Da queste strutture sono passate da persone comuni a grandi ornitologi, che hanno studiato il mondo naturale degli uccelli scoprendone le meraviglie e cercando di dare una risposta alle molteplici domande che sorgono ogni volta che ci si imbatte nel fenomeno della migrazione. Ho avuto la fortuna di incontrare molte persone che un tempo uccellavano in un’epoca dove questa pratica era permessa e alcune di loro, da me sollecitate, mi hanno raccontato. Ne sono l’esempio i proprietari delle uccellande site nel territorio brianzolo alle porte di Monza qui sotto raccontate in maniera succinta, ma interessante. Alcune curiosità stuzzicheranno il lettore e, chissà, lo invoglieranno a raccontare della storia di una vecchia uccellanda magari non più esistente ma sempre nuova per tutti coloro che hanno sete di sapere e di conseguenza di immergersi per un attimo nel mondo ornitologico dei nostri vecchi saggi.
UCCELLANDA USUELLI
L’uccellanda Usuelli, dal nome del suo proprietario, era ubicata nel comune di Missaglia (MB) in località Contra. Composta da un casello a tre piani, una villetta per il soggiorno degli uccellatori, un roccolo (mt 200), un roccolino (200 mt) per fringuelli, una bresciana (300 mt) e una passata (300 mt). Il totale delle reti aperte (tramaglio) si aggirava sui 1000 mt. Tra le strutture in muratura esisteva un corridoio composto da carpino bianco che celava le persone che dalla villetta si recavano alla struttura di cattura. Mentre un secondo corridoio composto sempre di carpino bianco partiva dalla villetta sino all’entrata del territorio dell’uccellanda. Per la cattura degli uccelli veniva utilizzata una batteria composta da circa 200 richiami appartenenti alle specie Fringuello (45), Tordo bottaccio (30), Prispolone (20), Cesena (20), Tordo sassello, Passera mattugia, Cardellino, Verdone, Peppola, Lucherino, Zigolo giallo, Ortolano e Storno. Alla preparazione della struttura partecipava Pizzagalli Giuseppe detto Pin che svolgeva questo lavoro in tutte le uccellande del territorio brianzolo. La sua professionalità ha insegnato a molti altri ad allestire gli impianti di cattura che avveniva prima che ci fosse il solleone, perché la pianta, una volta potata, potesse germogliare di nuovo prima dell’autunno avendo in questo modo un aspetto più invitante per gli uccelli che venivano attirati. All’interno dell’uccellanda venivano utilizzate anche le Civette, che servivano soprattutto per la cattura del Tordo. Le civette venivano posizionate sul terreno e imbragate con un filo. A ogni sollecito da parte dell’uccellatore le civette compievano un voletto e si posavano sopra un posatoio posizionato davanti alla gabbia dei Tordi che, alla loro vista, iniziavano a criccare ossia a emettere versi d’allarme che attiravano altri tordi in modo potessero essere catturati nelle reti disposte nei paraggi. La scelta dei Tordi che dovevano emettere tali schiamazzi era oculata e avveniva con soggetti appena catturati. Il Tordo che non emetteva bene il verso caratteristico, veniva subito sostituito. La cattura della Civetta avveniva in questo modo. La tecnica raccontata da Aldo Pizzagalli era adottata dal padre Giuseppe detto Pin. Una volta individuato il sito dove la Civetta viveva, venivano piantati dei paletti di legno dove, sulla cima degli stessi, venivano posizionate e legate con una piccola cordicella, delle tagliole imbottite con stracci. Quest’ultimi servivano per non arrecare danno agli arti del piccolo rapace. Quando la Civetta si posava faceva scattare la tagliola e rimaneva intrappolata. La Civetta recuperata veniva prima imbragata con laccetti di cuoio e poi ammaestrata alla “riverenza”, comportamento tenuto in natura dal rapace in determinate occasioni durante il periodo del corteggiamento. Lo scopo era quello che, a comando dell’uccellatore perché sollecitata, la Civetta continuasse a farlo in modo da spaventare i Tordi posizionati nelle gabbie.
UCCELLANDA GALIMBERTI
Sita nel comune di Seregno in località Sirone, è stata attiva dalla fine del 1950 al mese di luglio 1976 dopo che un’ordinanza regionale ne fece chiudere i battenti perché l’impianto rientrava nel territorio a rischio Diossina dopo l’esplosione del reattore della ditta ICMESA di Seveso. Si componeva di una bresciana con rete tramaglio lunga circa 75 mt per 2.80 mt di altezza e un capannino di legno. Era piantumata a Platano e Carpino (quest’ultima specie arborea fu importata dall’Osservatorio di Arosio e dall’uccellanda di Brambilla di Giussano). La preparazione della struttura avveniva dal mese di maggio sino agli ultimi giorni che anticipavano l’apertura della stagione delle catture. I conduttori erano i proprietari Francesco Galimberti classe 1937 e il cugino Dino Teresio Galimberti, classe 1939. L’attività di cattura si svolgeva solamente in tarda estate/autunno dalla prima decade del mese di agosto alla fine di dicembre. Gli uccelli catturati venivano venduti ai negozianti di uccelli. Le specie non richieste venivano sempre rilasciate. Non venivano utilizzati zimbelli e non si usava la Civetta per uccellare. Infatti la stessa, se catturata, veniva ceduta ai cacciatori di Allodole che la utilizzavano come zimbello da richiamo. Venivano catturati mediamente dai 10 ai 30 uccelli al giorno. Le specie catturate erano Civetta, Barbagianni, Gufo, Merlo, Tordo bottaccio, Tordo sassello, Cesena, Storno, Rigogolo, Torcicollo, Picchio rosso maggiore, Picchio verde, Fringuello, Peppola, Fanello, Cardellino, Verdone, Frosone, Verzellino, Lucherino, Ciuffolotto, Zigolo giallo, Zigolo muciatto, Zigolo nero, Usignolo,  Tottavilla, Pispola, Prispolone, Ortolano, Cuculo, Passera scopaiola, Balia nera, Beccafico, Capinera, Pettirosso, Cinciallegra, Cinciarella, Cincia bigia, Cincia mora, Codibugnolo, Scricciolo, Passera d’Italia e Passera mattugia. Il proprietario Francesco Galimberti ricorda che il primo anno uccellò con reti prestate dall’amico Ferruccio Frigerio di Seregno. L’anno successivo le reti furono comprate nuove. Ogni anno il permesso veniva rilasciato dalla Regione dopo una riunione organizzativa con gli uccellatori Turati di Robbiano, Frigerio di Seregno, Brambilla di Giussano, Invernizzi coordinata dall’Avvocato G. Bana dell’Osservatorio Ornitologico di Arosio. La preparazione dei richiami era impegnativa, ma appassionante e il proprietario ricorda di un richiamo particolare, un Prispolone con piumaggio albino e con occhi rossi acquistato a Pordenone da un allevatore. A tal proposito, è bene ricordare con qualche dettaglio in più alcuni dati che riguardano le specie più interessanti catturate nella struttura:
CESENA: solitamente durante il passo se ne catturavano diversi esemplari ma si ricorda una presa massima di 26 esemplari avvenuta durante una giornata ventosa e assolata di cui però non è stata purtroppo segnata la data.
ORTOLANO: venivano catturati solitamente una ventina di soggetti all’anno ma si ricorda una presa massima di cinque individui di cui due maschi e tre femmine avvenuta una domenica mattina verso la fine del mese di agosto.
TOTTAVILLA: in dialetto Turlu veniva catturata con una media di 10-12 individui all’anno. Tale dato sottolinea come questo piccolo passeriforme una volta era molto più presente rispetto ai giorni nostri sul territorio brianzolo.
CIUFFOLOTTO: in tutta l’attività dell’uccellanda ne furono catturati solo due.
PICCHI in generale, Usignolo, Pettirosso: non erano comuni ed erano pochi gli individui catturati ogni anno.
BARBAGIANNI: nella storia dell’uccellanda ne è stato preso solo uno.
CESENA FOSCA: rara e interessante cattura avvenuta nell’inverno 1973/74, imbrancata con delle Cesene. L’esemplare fu poi scambiato con un valido Prispolone utilizzato come richiamo di proprietà di un appassionato abitante a San Fior di Treviso.
PISPOLA GOLAROSSA: unica cattura avvenuta in un settembre degli anni ’70 durante una buona giornata di catture di Prispoloni. Sistemata in una gabbietta e appastellata, pensando fosse una Pispola, il proprietario la tenne sino alla primavera successiva quando, scoperta la specie grazie alla comparsa del rosso sul petto, fu ceduta in cambio di un bravo Prispolone cantore di proprietà di un appassionato di San Fior di Treviso.  
Walter Sassi

IL CANTO DEGLI UCCELLI

(11/01/2023)

Come la forma e la colorazione del piumaggio, anche il canto degli uccelli è ovviamente il risultato della selezione naturale. Perciò per ogni specie la durata, il timbro, il ritmo, il tono della voce si sono adattati alla condizione dell’ambiente. Tra gli uccelli, un vero e proprio canto esiste solo tra i passeriformi, noti infatti anche con la denominazione di uccelli canori. Sono uccelli generalmente di piccole dimensioni, che basano la loro sopravvivenza sulla capacità di passare inosservati. Poiché i predatori per cacciare usano vista e udito, ci sono due modi per passare inosservati: stare zitti o avere colori mimetici. Le femmine, sulle quali grava il peso maggiore della perpetuazione della specie e che durante la cova devono rimanere per giorni ferme nello stesso posto, hanno quasi sempre colori mimetici e non sono in grado di emettere un canto vero e proprio. I maschi di alcune specie, al contrario, sono dotati di canto molto complesso e sonoro ma hanno una colorazione del piumaggio molto mimetica, come l’Usignolo (Luscinia megarhynchos), il Tordo bottaccio (Turdus philomelos) e lo Scricciolo (Troglodytes troglodytes). In altre specie ancora, i maschi hanno una colorazione vivace ma un canto molto più sommesso e meno vario. In particolare, per le specie che vivono nel fitto della vegetazione, il canto serve anche per comunicare alle femmine la propria presenza e spesso quelle più mimetiche, che vivono in boschi e canneti, cantano anche la notte. Gli uccelli che si cibano in luoghi riparati emettono versi di richiamo o veri e propri canti anche quando sono alla ricerca del cibo, mentre quelli che si alimentano sul terreno in luoghi aperti, stanno silenziosi per non attirare i predatori. Anche la frequenza del canto è importante. Infatti le note a bassa frequenza si trasmettono a grande distanza, pure negli ambienti chiusi come i boschi e i canneti. É per questo motivo che, ad esempio, i Tarabusi (Botaurus stellaris) hanno una voce potente che risuona nella notte fino a grande distanza e che i rapaci notturni che vivono nei boschi hanno voci più profonde (a frequenza inferiore) delle specie che vivono in ambienti aperti. (Walter Sassi)

UN MUSEO ORNITOLOGICO AD APICE
(01/04/22)


Un nostro attento e fedele lettore, l’ornitologo Antonio Porcelli di Apice (BN), ci ha segnalato questa importante struttura nata con lo scopo di stimolare e divulgare l’interesse e lo studio dell’avifauna nonché di diffondere notizie sulle specie presenti sul territorio comunale e sugli uccelli migratori. Il Museo Ornitologico di Apice vuole anche rappresentare un centro di aggregazione per la cultura naturalistica e fornire strumenti di conoscenza e divulgazione in altri settori delle discipline naturali. Accoglie, infatti, oltre 2.000 volumi scientifici sull’ornitologia, 50 esemplari di uccelli impagliati (una collezione nata proprio dall’amore per l’avifauna di Antonio Porcelli), 300 nidi dell’avifauna italiana, 800 poster e 50 videocassette sull’avifauna mondiale, 150 gusci di uova e 20 coppie di canarini di razza pura.

L’ingresso è libero e il Museo è aperto tutti i giorni, anche la domenica, alle scolaresche e al pubblico in genere, e si trova presso l’ex Edificio Scolastico del centro storico di Apice, in Piazza Municipio 1.
Per info: dott. Antonio Porcelli, tel. 331/9607539 – email: antonio.porcelli1968@gmail.com.  
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